Per sostenere i candidati e le famiglie politiche che vorranno coerentemente adottare una linea politica europeista, abbiamo riassunto in un decalogo gli impegni che chiederemmo loro di sottoscrivere:

  1. Promozione e difesa dei valori fondamentali, senza se e senza ma. Non ci dovranno più essere involuzioni autoritarie, come in Ungheria e Polonia. Sullo Stato di diritto e sulle libertà costituzionali non si può negoziare o fare sconti. Occorrerà quindi rafforzare i meccanismi di condizionalità nell’allocazione dei fondi comunitari ed eventualmente contemplare procedure di infrazione, sospensione o espulsione per chi si allontana pericolosamente da questo patrimonio di valori condivisi.
  2. Rispetto degli obiettivi del “Green Deal”. Siamo stati all’avanguardia nella presa di coscienza dei pericoli del cambiamento climatico e nell’applicazione di strumenti innovativi per tassare le varie forme di inquinamento. Dobbiamo continuare e, laddove possibile, accelerare questo percorso virtuoso, che non è senza costi ma è purtroppo senza alternative. Cerchiamo di rimanere anche in questo campo la “coscienza critica” del mondo, per espiare i nostri peccati passati e fornire anche ad altri un modello sostenibile.
  3. Autonomia strategica aperta.  Allo scopo di mantenere un credibile “equilibrio internazionale” per il XXI secolo, è necessario cercare di attenuare la nostra dipendenza dall’estero per difesa, energia o altre forniture sensibili, ma senza scadere nell’autarchia o in altri ostacoli ad una libera circolazione di persone, beni e conoscenze.   Nel contesto di un mondo non più bipolare (dopo la caduta del muro di Berlino) e neanche più unipolare (terminata l’illusione della “fine della storia” e di un solo “poliziotto del mondo”), non bisogna indulgere al protezionismo ed alla chiusura, piuttosto contribuire al governo multilaterale dell’interdipendenza, accompagnando inequivoche scelte di campo sui valori non negoziabili (democrazia, diritti umani, libertà d’opinione) con sforzi di apertura e dialogo.
    L’autonomia strategica aperta postula quindi un profilo più marcato da parte dell’Europa, non necessariamente per divergere dagli alleati di oltre Oceano, ma proprio per collaborare più efficacemente nelle tante aree di interessi convergenti e per gestire più costruttivamente eventuali, occasionali dissonanze, perché il multilateralismo non è beneficenza ma piuttosto il faticoso bilanciamento di interessi diversi in un quadro di garanzie per tutti. Dobbiamo rimanere un esempio per altri, oggi tentati da altre scorciatoie.
  4. Nuovo protocollo sociale: sanità, istruzione, previdenza, accoglienza. Anche nelle stagioni di più aggressivo liberismo, l’Europa ha sempre cercato di definirsi e comportarsi come “economia sociale di mercato”, sensibile ai dettami dell’equità e della solidarietà. Oggi che viviamo le ricadute di una globalizzazione non sufficientemente metabolizzata, si impone un’accresciuta attenzione alla dimensione sociale e a meccanismi innovativi e partecipati di inclusione e di tutela. In questo quadro, le migrazioni non possono essere derubricate a problema di sicurezza dei confini ma devono essere invece trattate come una sfida sociale da affrontare con lungimiranza, perché anche da essa si possono trarre opportunità.
  5. Completamento dell’Unione Economica e Monetaria con i capitoli bancari e fiscali. L’Euro è stato un passo avanti fondamentale verso l’Unione Economica, ma rimane un progetto lasciato a metà se non si mette mano anche a riforme e condivisioni sul terreno bancario e della fiscalità. Sin quando questo non avverrà, il Mercato Unico si poggerà su un retroterra scosceso, dove la mancanza di trasparenza e fiducia reciproca rischia di minare le basi della prosperità condivisa.
  6. Rendere permanente lo “EU Next Generation EU” verso il “momento hamiltoniano”. Con il programma straordinario varato durante la pandemia a beneficio delle generazioni future si è superato un atavico blocco mentale sulla mutualità del debito europeo e si è aperto un colossale programma di spesa pubblica. Ogni sforzo va compiuto per spendere presto e bene questi soldi, nonché per gestire al meglio la correlata esposizione finanziaria comune. Si innesca così una concatenazione di sviluppi che, se divenisse permanente, potrebbe offrire al bilancio comunitario ed alle istituzioni chiamate ad amministrarlo quello che gli esperti chiamano “momento hamiltoniano”, ovvero il salto di qualità che si realizzò oltre Oceano quando, nel 1790, il Segretario al Tesoro Alexander Hamilton riuscì a trasformare il debito accumulato dalle 13 ex colonie britanniche durante la Guerra di Indipendenza in debito pubblico del nuovo Stato Federale. “Mutatis mutandis”, si tratterebbe di passare dallo EU Next Generation agli Stati Uniti d’Europa! Speriamo che Mario Draghi, nel ruolo che gli è recentemente stato affidato, lo consigli a Ursula Von der Leyen con il suo prossimo rapporto sul rilancio della competitività globale dell’Unione Europea.
  7. Modifiche dei Trattati prima del prossimo allargamento. Bisogna irrobustire le fondamenta di un edificio prima di aumentarne la cubatura. Se si allunga il tavolo da pranzo, bisogna anche cambiare la tovaglia. Sono regole elementari che dovrebbero valere anche per i futuri, auspicabili allargamenti dell’Unione Europea. Gli errori del recente passato, con alcuni nuovi membri che hanno subito involuzioni liberticide e hanno considerato l’Unione solo alla stregua di un Bancomat, devono farci riflettere. Patti chiari, amicizia lunga. Coinvolgiamo anche i Paesi candidati nell’elaborazione delle nuove regole ma concordiamole prima di sederci tutti insieme alla tavola comune.
  8. Altiero Spinelli – Foto Pubblico dominio da wikipedia.org

    Funzione costituente e iniziativa legislativa del Parlamento Europeo. Fintanto che il Parlamento Europeo non condividerà con le altre istituzioni il diritto di iniziativa legislativa, rimarrà imbarazzante il confronto con i parlamenti nazionali e con i loro poteri e la loro visibilità politica. Nello statuto di un gruppo politico al Parlamento Europeo abbiamo trovato che, siccome “lo Stato Nazione è il livello più alto in cui la democrazia può funzionare pienamente», ne deriva l’«opposizione a qualsiasi nuovo trasferimento di potere dalle Nazioni all’ Unione Europea». Se non ci riconosciamo in questo sillogismo, dobbiamo allora assolutamente batterci per dare all’Europarlamento la più basilare delle prerogative di un’assemblea legislativa. E volendo continuare su questa strada potremmo chiedere anche che il Parlamento Europeo 2024-2029 assuma una “funzione costituente” nella riforma dei Trattati, dando vita al sogno che Altiero Spinelli stava quasi per realizzare negli anni Ottanta.

  9. “Doppio cappello” per il Presidente della Commissione Europea. È un’idea che promuoviamo dai tempi della Conferenza sul Futuro dell’Europa, quando formulammo questa proposta sulla piattaforma digitale aperta per recepire le istanze dei cittadini europei. Se vogliamo, ancor prima delle modifiche dei Trattati, cercare di spostare gli equilibri politici in seno all’Unione a vantaggio della dimensione comunitaria ed a scapito della deriva intergovernativa, perché non chiedere al Consiglio Europeo di “auto-riformarsi”, assegnando al Presidente della Commissione Europea anche la carica di Presidente del Consiglio Europeo stesso? Nel gergo della diplomazia multilaterale, si chiama “doppio cappello” ed è una formula spesso usata per superare … situazioni quasi “ossimoriche”! Le riunioni del Consiglio Europeo verrebbero preparate e presiedute, invece che da un ex Primo Ministro, dal responsabile in carica della Commissione Europea. Soluzione troppo federalista? E allora perché la accettiamo alla NATO, ove il Segretario Generale dirige l’organizzazione e presiede le riunioni del Consiglio Atlantico, anche quando si svolge a livello di Capi di Stato e di Governo?
  10. Ratifica delle modifiche ai Trattati dopo referendum unico europeo. Ultima provocazione di questo decalogo quella relativa ad un’altra opzione, ispirata da solido buon senso, per cercare di rimediare a dolorosi fallimenti del passato. Gli Stati membri hanno da tempo convenuto di condividere aspetti della loro sovranità, nella direzione di “una sempre più stretta Unione”. Recentemente, chi non ha più condiviso quest’impostazione, ha deciso di uscire e lo ha fatto … a suo rischio e pericolo! Chi è rimasto, sta pensando, anche su spinta di chi è fuori e vorrebbe entrare, di andare avanti lungo il percorso tracciato dai Padri Fondatori. Elaboreremo nel prossimo futuro le nuove regole. E, poi, in omaggio alla natura profondamente democratica di questo processo, dovremmo sottoporre il risultato al popolo europeo in un’unica, contestuale consultazione, per decidere tutti insieme se continuare la condivisione sempre più stretta di sovranità. In qualche Paese, la maggioranza dei cittadini non ci sta? Se ne prende atto e si applicano le regole usate per la Brexit. Ma non si blocca la volontà di chi vuole proseguire!

Foto di apertura di Mika Baumeister su Unsplash