C’è un luogo del nostro cuore al quale siamo stati strappati bambini, e non sempre è stata la storia a incaricarsi di farlo. E’ il momento in cui siamo diventati “grandi”, ancorché piccoli, e al quale siamo condannati a ritornare con rinnovato dolore e dolcezza: quello che precede la scoperta del “tradimento” materno: “Loro due: moglie e marito / Io non son che il figlioletto” (Queneau, “Quercia e cane”, trad. Sebregondi). Un sentimento che i greci chiamavano appunto nostalgia, dolore del ritorno, ci porta spesso a rimpiangere epoche e tratti di vita solo intuita, fissata nella memoria come in un filò, quelle storie più vere del vero raccontate nelle stalle la sera: “…i nostri occhi incantati /presto gravi di sonno, troppo presto / mentre in chiacchiere e fumo va la sera” della “Capanna indiana” di Attilio Bertolucci. Come quelle bellissime che ci hanno raccontato Antonio Pennacchi, nei suoi romanzi “mussoliniani”, o tanti altri al cinema, in film diversissimi ma tutti volti a rintracciare quella ferita, quel distacco, il calore di quelle memorie.

Due bei film – uno davvero bellissimo – in questo inizio d’anno ci riportano alla nostalgia di un vissuto drammaticamente lacerato (nel primo caso) o leopardianamente vagheggiato (nel secondo), ma rievocati entrambi nei toni di un omaggio, anche musicale, a quel sentimento del tempo. Sono Belfast di Kenneth Branagh e Licorice pizza di Paul Thomas Anderson. Solo quattro anni dividono il contesto temporale di due storie molto diverse. Autobiografico Belfast (il regista aveva 9 anni); molto meno Licorice pizza (Anderson ne aveva 3).

Vita col padre (e con la madre)

    

Belfast 15 agosto 1969. L’Ulster è in fiamme, ma non è un ’68. Iniziati tre giorni prima a Derry, la contea a maggioranza cattolica, con i cattolici barricati nel loro quartiere sotto l’assalto dei lealisti protestanti, gli scontri si trasferiscono nel capoluogo. Gli Unionisti mettono a ferro e fuoco le case dei cattolici. Molti saranno costretti ad andarsene in altri quartieri o in Inghilterra. Inizia il trentennio di guerra che insanguinerà le province nord irlandesi. Un bel film, “Il viaggio”, di Nick Hamm (2016) racconta come finì.  Fra due parentesi a colori, in un bianco e nero strepitoso, Branagh, lasciati Shakespeare e Agatha Christie, racconta la storia di un bambino che è lui (Buddy) e la dedica a chi se ne è andato (come la sua famiglia) per non rendersi complice di un’ingiustizia, ma anche a chi è rimasto, resistendo alla tempesta. Buddy è l’unico della famiglia, insieme a suo fratello Will, ad avere un nome. Gli altri sono “padre”, “madre”, “nonno”, “nonna”. Sorprendenti i giovani: Jamie Dornan (il Christian Grey delle 150 sfumature di sesso buffo) e Caitriona Balfe, la stupenda modella irlandese nota ai cultori di “Outlander”, la serie, e qui al suo primo ruolo da protagonista. Non sorprendono invece i due vecchi, gli immensi Judy Dench e Ciaran Hinds, umiliati agli Oscar da due interpreti più intonati alla nuova linea degli Award.

Belfast” è un film meraviglioso su tutto ciò che abbiamo amato e odiato in quegli anni, sulla luminosa banalità del bene e del rispetto di sé e degli altri; su una irriducibile educazione alla difesa della propria dignità sentimentale, morale e intellettuale; sulla gioia di vivere che la musica può celebrare e trasmettere, nella fattispecie quella dell’irlandese Van Morrison.  E’ la storia di una famiglia protestante che non si ritrova più nel suo ambiente, stretta fra estremismo criminale, intimazioni all’ingiustizia e un pastore che sembra l’ortodosso Kirill di Putin. Amica di tutti e nemica di nessuno, si allontana dai luoghi della propria vita, dagli affetti e dall’ambiente dei figli, costruendosi una vita altrove.

Menzione d’onore per una, fra le sequenze memorabili di un film dalla trama già sufficientemente nota. Buddy, trascinato da un’amichetta, è coinvolto nel saccheggio di un emporio di cattolici. Sa che in famiglia hanno problemi economici (il padre si è indebitato), e dalla via che è lì, pensando di contribuire a suo modo, ha portato via una scatola di detersivo. Verrà inflessibilmente condotto da sua madre a restituirla, cosa che li qualificherà come traditori della propria parte protestante, esponendoli a un grave rischio. Il “processo” in famiglia al povero Buddy, con la scatola di OMO sul tavolo in primo piano, fra inflessibilità pedagogica e irresistibile humour, piccola cosa di un grande film, è di quelle che rimarranno

 

Un filo’ postmoderno.

Studio City. Quando nel 1927 Mack Sennet, ormai ricco sfondato, la scelse per l’investimento che in pochi anni lo avrebbe impoverito, complici la grande crisi e l’avvento del sonoro, l’ex “Villaggio delle pesche” di Laurelwood era già una “fiorente” lottizzazione in via di sviluppo. I grandi stabilimenti all’ombra della monumentale scritta HOLLYWOODLAND, che lui stesso aveva fatto erigere, oggi si chiamano CBS Studio Center, vi si produce più televisione che cinema e dal punto di vista urbanistico sono il cuore di Studio City, distretto di Los Angeles che conta oggi poco più di trentamila abitanti, quasi nessuno yankee. Una sorta di grande Olgiata californiana decaduta, con gli ampi viali e le attività commerciali di un set cinematografico-televisivo-musicale a cielo aperto, nel cuore della San Fernando Valley. Cosa significhi nascere e vivere in questo osservatorio privilegiato dei mutamenti avvenuti in mezzo secolo nel cinema, nel costume e nella società americani è la missione artistica di Paul Thomas Anderson, il cinquantenne piccolo maestro americano che qui è nato nel 1970, settimo dei nove figli di un doppiatore e DJ, Ernie Anderson. Perché ci sono anche in America i doppiatori, non ce li abbiamo solo noi.

“Joaquin Phoenix e Benicio Del Toro in ‘Vizio di forma’ “

Cinquanta sfumature di nevrosi. Viene da Robert Altman, il maestro di “Nashville” che Anderson aveva aiutato a completare “Radio America”, la straordinaria abilità del cinquantenne californiano nel governare quei suoi meccanismi narrativi di precisione, con decine di personaggi che intrecciano vite e storie: affreschi sociali e sentimentali in cui lucidità e commozione prendono forza l’una dall’altra, in un generoso anti-cinismo a cui si deve probabilmente molto del culto cinefiliaco di cui P.T.A. (una sigla, ormai) è oggetto un po’ in tutto il mondo. “Boogie Nights”, indagine sociologica e commerciale sull’industria del porno (bulimia e tracollo), raccontava la parabola personale di uno pseudo John Holmes (forse guardando proprio a lui) e la corruzione operata dalla televisione sul mondo del cinema e sulla società; “Magnolia” è un grande affresco sulla crisi dei sentimenti in un microcosmo prestigioso e degradato (un grande viale di Hollywood), con un gruppo di attori fantastici guidati da un gigantesco Tom Cruise e il supporto metaforico delle piaghe d’Egitto raccontate nell’Esodo. In “Ubriaco d’amore” assistiamo all’imprevedibile vittoria di due anime semplici zavattiniane, fra nevrosi familiari e raccolte punti eccezionalmente proficue, per la scoperta del bug capace di far saltare le barriere predisposte dagli organizzatori. “Il petroliere”, romanzo sulla lotta fra etica protestante e spirito del capitalismo (vince il secondo e vanno a puttane tutti), dedicato a Robert Altman e Oscar a Daniel Day-Lewis, da un romanzo di Upton Sinclair, racconta la brama di denaro e il fanatismo religioso; oggetto, quest’ultimo, in forma diversa, anche di “The Master”, angosciante ricatto della subornazione intellettuale di un ciarlatano, ispirato al fondatore di “Scientology”, ai danni di un debole in soggezione. Torna al capolavoro con “Vizio di forma”, da Thomas Pynchon, affascinante divertissement su investigatori privati, ereditiere e fine del rock, nel contesto del glorioso hard-boiled americano rivisitato (Chandler e compagnia), con un Joaquim Phoenix hippy smandrappato e simpaticissimo perdente; ma soprattutto con “Il filo nascosto”, magistrale saggio di regia inglese (unico suo film girato in Europa) sull’anaffettività di un gelido maestro dell’alta moda, poco amico delle donne. Bravo a vestirle più che a spogliarle, a spogliarle più che ad amarle. Come molti suoi colleghi, del resto, anche se in forme diverse. Cinquanta sfumature di nevrosi, di ossessioni, di vendette, di fallimenti, di perdoni.

Boy meets girl. In “Licorice pizzaAnderson, come Omero, dormicchia. Ma siccome Omero, anche quando dorme, bisogna lasciarlo stare, “Licorice pizza” – che non è, grazie a Dio, una pizza alla liquerizia ma una metafora del vinile – è una piccola delizia. Il dolce e severo P.T.A. recupera, con il piacere della semplicità, la madre di tutte le storie d’amore: “Boy-Meets-Girl”. Che è poi l’archetipo dell’avventura umana, anche se gli Oscar non la pensano più così. Ma è peggio per loro.

Lui.Ho incontrato la ragazza che sposerò”, dice Gary dopo cinque minuti di film, uscendo dalla rituale sessione fotografica che conclude l’anno scolastico del liceo di North Hollywood. Solo che lui ha 15 anni e lei, Alana Kane, assistente del fotografo, che ne ha 25, la prende in ridere. Però due giorni dopo è lì.  Lui è arruffato ed entusiasta, gentile e un po’ folle, mercuriale e precoce. Si sente già in modalità “una donna e una famiglia”. “Guadagnerò un sacco di soldi e ti manterrò”. Sì, ciao core. Ma non ci mette molto a trovare un’agente e una piccola partecipazione televisiva fra i bambini. Poi gli prendono le smanie imprenditoriali: è attratto dall’ultima novità dei materassi ad acqua (è il 1973 e ricordo, un anno o due prima a Bologna, un vicino di pianerottolo, studente americano, che in casa ne aveva uno dei primi: chissà dov’è finito), poi dal business dei flipper, appena legalizzati (cioè, fatemi capire: fino al ’73 in America i flipper erano illegali?!)

Lei. Lei comincia ad averne le tasche piene della famiglia. Presenta ai suoi un aspirante fidanzato che, al momento della preghiera a tavola (sono ebrei molto osservanti), declina gentilmente l’invito a partecipare. “Non sei un ebreo anche tu?” “Sì, ma non sono credente”. Respinto con perdite.  Gary la istruisce su come comportarsi ai colloqui di lavoro. “Dì sempre di sì, qualunque cosa ti chiedano di fare o se sai fare”. Ma quando le chiedono se è disposta a spogliarsi e lei risponde sì lui la prende male. (…) Primo a concederle un’audizione è uno sbolinato attore al tramonto (Sean Penn, in una parodizzazione di William Holden) che, ubriaco, la invita in moto per una prova da circo su una pista infuocata. Parte a batrace e lei casca in terra a spalle indietro. Meno male, perché la moto va a schiantarsi, ma niente paura: è cinema. Il regista è Tom Waits, matto da niente anche lui, tornato agli esordi felici con Benigni e Jarmush. L’unico a preoccuparsi per lei è Gary. E quando è lui ad essere arrestato come un delinquente per un riconoscimento sbagliato, fuori dall’ufficio di polizia ad aspettarlo c’è Alana. (…) Non potendo Gary guidare il camion, lo aiuta lei a consegnare un materasso ad acqua a Jon Peters (il parrucchiere divenuto compagno di Barbra Streisand, interpretato da Bradley Cooper), altro pazzo scatenato. Fuggendone le ire rimangono senza benzina: tutta Los Angeles è a secco per la stretta dei produttori arabi. Per raggiungere un distributore, Alana guida il camion in folle a marcia indietro giù dalla collina con una performance da stuntwoman. (…) Quando viene assunta per la campagna elettorale di un candidato sindaco con tante belle idee progressiste (Joel Wachs, altro personaggio reale) l’orgoglio del ruolo la porta a burlarsi dell’infantilismo di Gary con i suoi flipper, ma il candidato risulterà deludente assai e in questa scoperta c’è qualcosa di un altro Holden, il giovane di Salinger. Potranno mai incontrarsi, in tutto questo correre?

Un filò postmoderno. Se Branagh rievoca in “Belfast” la propria infanzia, integrando memoria personale e spirito del tempo, Anderson non può che fare riferimento a quest’ultimo (aveva tre anni nel 1973). I suoi anni 70 hanno il profumo del mito. Un filò postmoderno, rapsodico e colorato. Un “American graffiti” dieci anni dopo. I due ragazzi sono di famiglia a casa Anderson. Cooper Hoffman è figlio di Seymour, interprete fisso dei suoi film, morto 46 enne con il laccio emostatico al braccio un anno dopo essersi lasciato con la madre dei suoi tre figli. Praticamente lo ha visto nascere. E la polistrumentista Alana è una delle tre sorelle gambalunga Haim, che P.T.A., da notevole regista di clip musicali – celeberrimo quello per Fiona Apple di “Across the universe” dei Beatles – segue da anni e per le quali ha girato ore di videoclip, documentando tutta la loro attività.

Si corre moltissimo, in “Licorice pizza”. Corrono moltissimo i due ragazzi: uno dietro all’altro, uno a fianco all’altro, uno – soprattutto – incontro all’altro. E la colonna sonora, che spinge ad entrare in un negozio di dischi – come quelli una cui catena dà il titolo al film – anche chi aveva smarrito quella strada, ne accompagna e sottolinea la corsa. Ma attenzione: la stupenda “But you’re mine” di Sonny & Cher (in Italia l’avremmo conosciuta l’anno dopo come “Ragazzo triste”, grazie a Gianni Boncompagni e Patty Pravo), che mi ha fatto battere il piede come un deficiente per tutti i titoli di coda, mandandomi solo e ballonzolante fuori dal cinema nella notte romana, è del ’63. Dieci anni prima. Può sembrare un anacronismo, ma non lo è. Bisognava colmarli questi dieci anni fra i due ragazzi. Ci pensa la musica. Correndosi incontro, Alana e Gary giocano la loro partita con le carte musicali del cuore. Da una parte Nina Simone, Chuck Berry, Sonny & Cher, Donovan. Dall’altra David Bowie, Doors, Blood Sweat & Tears, Taj Mahal, ogni pezzo un passo, campo e controcampo, colorato e violento, uno incontro all’altra. Uno verso l’altra. In mezzo, Paul Mc Cartney, eterno trait d’union.

Poi, c’è posto solo per Cher: “But you’re mine .