Il «greenwashing» è l’attività di marketing di attività che vengono promosse come sostenibili, senza esserlo.

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Si tratta di strategie molto frequenti nei mercati di beni utilizzati da un largo pubblico, nascoste dietro a proclami e programmi di comunicazione “accattivanti”, che inducono negli acquirenti la convinzione di poter fare affidamento su un prodotto “eco-friendly”.

Si suscita, in sostanza, un’emozione nel consumatore legata all’acquisto o all’utilizzo di beni ritenuti non nocivi per l’ambiente.

Famosa è rimasta la campagna, risalente ormai a 30 anni fa, dell’azienda chimica DuPont, che presentò le sue nuove petroliere con una pubblicità che mostrava animali marini che battevano le pinne e le ali sulle note dell’Inno alla Gioia di Beethoven: l’avv. Robert Bilot promosse una causa che la DuPont ha “patteggiato” nel 2016 con il pagamento di 671 milioni di dollari.

La vicenda è narrata dal New York Times Magazine, in un articolo in cui il legale veniva definito come il peggior incubo della DuPont

(https://www.nytimes.com/2016/01/10/magazine/the-lawyer-who-became-duponts-worst-nightmare.html#:~:text=Rob%20Bilott%20was%20a%20corporate,long%20history%20of%20chemical%20pollution).

In Italia il primo caso di green washing ha visto l’Autorità Antitrust condannare la Eni Diesel+ su denuncia di Legambiente al pagamento di una multa di 5 milioni di euro da parte dell’Autorità Antitrust per avere utilizzato «messaggi pubblicitari ingannevoli” secondo cui l’utilizzo del Diesel+ avrebbe avuto un “positivo impatto ambientale” e che il carburante avrebbe portato a ridurre le emissioni in gassose (https://www.agcm.it/media/comunicati-stampa/2020/1/PS11400).

Secondo il “global report sulla sostenibilità ambientale”, redatto da Nielsen nel 2019, in epoca pre-Covid, l’81% dei consumatori pensa che le aziende dovrebbero impegnarsi a ridurre il proprio impatto ambientale anche attraverso la realizzazione o la sponsorizzazione di programmi a sostegno del pianeta.

Il mercato presta particolare attenzione all’uso di materiale riciclato e da riciclare ancora, una volta utilizzato. I consumatori si aspettano che tali informazioni siano leggibili dall’etichetta apposta sul packaging per poter fare un acquisto consapevole.

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Il 69% dei consumatori in Italia vorrebbe che i sacchetti in bioplastica utilizzati per l’acquisto di prodotti ortofrutticoli fossero prodotti in diversi formati e, ancora, il 64% li vorrebbero che fossero più robusti per poterli a loro volta riciclare per smaltire l’umido.

Molte aziende hanno compreso che l’unico modo di garantire un corretto passaggio di informazioni è dare importanza ai suggerimenti bottom-up, perché la comunicazione aziendale sia corretta, efficace e flessibile, tramite il feedback che arriva dal mercato: in tal modo è possibile un aggiustamento di tiro delle strategie di marketing e un intervento sul ciclo produttivo.

Come possiamo evitare l’inganno da green washing?

Le informazioni sono a portata di click: per esempio, si può verificare se l’azienda abbia una certificazione ambientale aggiornata. Questo vale sia per i prodotti (etichette ambientali di tipo I, II e III) che per il processo produttivo (ISO 14001; EMAS).

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Un esempio per tutti: l’etichetta ambientale di tipo I (ISO 14024), quale è l’Ecolabel, può essere apposta solo sui prodotti che abbiano un ridotto impatto ambientale certificato da un ente terzo ed indipendente.

Ora in epoca di Covid, il pubblico è stanco e sfiduciato, ma il rallentamento delle nostre vite ha reso più forte l’aspirazione a un mondo migliore, più ecologico, in cui la natura venga seriamente tutelata. Si pensi a quanti si sono trasferiti fuori città in cerca di posti meno inquinati durante i periodi di lockdown. Quando questo tsunami sarà passato, la consapevolezza ambientale sarà diventata un’abitudine mentale. Non sappiamo se la ripartenza sarà slow o sprint, sappiamo però che – a questo punto – vogliamo tutti un mondo più a misura di uomo, che preservi sé stesso e noi dalla rovina ecologica.

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