Lo scoppio della pandemia del marzo 2020 si è accompagnato ben presto ad un’altra deflagrazione: quella delle rivolte nelle carceri . Si è trattato di espressioni di un forte disagio dei detenuti, provocato certo dal paradosso di trovarsi in lockdown all’interno di un istituto penitenziario, ma anche (forse soprattutto) dalla paura: allora contro il virus non c’erano armi e il divampare di un focolaio in un carcere sovraffollato avrebbe potuto provocare conseguenze tragiche. La sanità penitenziaria ha governato la situazione magistralmente, attuando in un primo momento un rigido cordone sanitario che oggi, fortunatamente, si è allentato per lasciare spazio alla gestione della vaccinazione di detenuti e personale.

Abbiamo raggiunto il dottor Roberto Ranieri, Infettivologo responsabile dell’Unità operativa di Sanità Penitenziaria della Regione Lombardia e membro di SIMSPe (Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria), che ci ha aiutato a capire come è stata vissuta l’emergenza sanitaria e quali sono gli ambiti di intervento per il futuro.

 

Dott. Ranieri, come ha inciso la pandemia sulla vita (visite, tempo libero, attività) dei carcerati italiani?

Chiaramente nelle carceri si vive di base in una condizione di limitazione della libertà, quindi il Covid-19 ha avuto un impatto notevole. Bisogna tuttavia distinguere tra le diverse fasi dell’emergenza sanitaria. Durante la prima ondata il lockdown totale ha inciso in modo globale sulla vita dei detenuti: fino al 4 maggio 2020 sono state sospese le visite familiari e i colloqui nonché le attività di tipo ricreativo, come lo sport, e quelle educative, che comprendono attività scolastiche, corsi di formazione e attività lavorative in condizione di semilibertà o all’interno degli istituti. Nella seconda e terza ondata ci sono state soltanto interruzioni

Immagini del Carcere di Milano San Vittore (Mi) realizzate da Pietro Snider per Next New Media e Antigone – Foto di Inside Carceri via Flickr

parziali delle varie attività, collegate a quanto decretato con i vari DPCM e al sistema delle “zone” che ormai tutti conosciamo. In alcuni casi le attività sono state svolte in via telematica, per esempio le attività didattiche e i colloqui, che sono ripresi in forma di videochiamata. Per ovviare ai disagi di questo ulteriore isolamento è stato aumentato il numero delle telefonate e sono state ampliate le fasce orarie in cui è concesso riceverne, in alcuni casi fino a mezzanotte. Devo rilevare che molto spesso i detenuti hanno assunto comportamenti molto protettivi e responsabili, rifiutando per primi i colloqui con i familiari in presenza per paura di trasmettere loro il virus.

 

Le misure di contenimento del virus si sono rivelate efficaci per la popolazione carceraria?

Paradossalmente durante la prima ondata della pandemia, nel corso della quale sul territorio si è assistito veramente a un disastro soprattutto tutto qui al Nord, abbiamo avuto pochissimi casi proprio per le misure restrittive molto severe messe in campo. Il momento in cui abbiamo registrato più casi in Lombardia è stato all’inizio della seconda ondata, quando le restrizioni erano minori e il virus è entrato nelle carceri tramite il personale e i detenuti che accedevano all’esterno per attività lavorative.

 

E nelle altre Regioni?

In altre Regioni il picco dei contagi è stato raggiunto in momenti successivi. Purtroppo la scarsa condivisione dei dati impedisce di avere riferimenti più precisi, ma quel che è certo è che con il venir meno del lockdown totale i casi di Covid nelle carceri sono aumentati. Fortunatamente non ci sono stati molti casi gravi e i decessi sono stati pochissimi. Questo sia perché i pazienti sono stati presi in carico rapidamente sia perché in molte Regioni l’età media dei detenuti non è molto alta. Inoltre in Lombardia, grazie anche al grande sostegno dell’Amministrazione penitenziaria, siamo riusciti ad allestire a San Vittore e a Bollate due hub in grado di accogliere i detenuti positivi che non avessero necessità di ospedalizzazione. In questo modo abbiamo cercato di aggiungere pressione sul sistema sanitario regionale e abbiamo formato il personale penitenziario sul fronte dell’assistenza sanitaria.

 

Attualmente qual è la situazione dei contagi?

A causa della scarsa condivisione di informazioni tra Regioni non ci sono dati complessivi che diano conto degli andamenti epidemiologici o del numero di casi da inizio pandemia tra i detenuti in Italia. Noi emanavamo un report ma non è mai stato reso noto ufficialmente. Inoltre, il Ministero della Giustizia riferisce solamente il dato relativo ai casi giornalieri. Posso dirle che in Lombardia nei primi giorni di dicembre, quindi nel momento di picco dei casi, sono state registrate 442 persone positive tra detenuti mentre oggi arriviamo a 50. Per quanto riguarda il personale penitenziario, sempre in Lombardia, abbiamo invece il dato complessivo: su circa 5000 persone, ci sono stati 770 casi. Sicuramente è vistosa la mancanza di un coordinamento Nazionale nella raccolta dei dati relativi a contagi, tamponi effettuati e via dicendo.

 

Immagini del Carcere di Secondigliano (Na) realizzate da Katia Ancona per Next New Media e Antigone – Foto di Inside Carceri via Flickr

Su quali problematiche sanitarie preesistenti si è andata a innestare l’emergenza provocata dal coronavirus?

Purtroppo su questo punto ci sarebbe da parlare per ore, ma mi limiterò a enumerare tre ambiti principali che, per altro, sono comuni a livello europeo: le problematiche psichiatriche e quelle relative al disagio psichico (spesso confuse tra loro quando in realtà andrebbero tenute distinte); la tossicodipendenza, spesso correlata al primo ambito al punto da non esserne distinguibile; infine la diffusione di patologie infettive, come la scabbia, l’epatite B e l’epatite C, quest’ultima oggetto di una campagna di eradicazione a livello nazionale. Aggiungo che, con mia grande soddisfazione, a Milano gli istituti penitenziari sono HCV free. Alla base di questi problemi c’è però la grande questione del sovraffollamento.

 

In che modi e in che tempi avverrà la vaccinazione di detenuti e personale che lavora nelle carceri?

Il personale sanitario generalmente è stato già vaccinato, perché legato alle Aziende sanitarie ospedaliere e territoriali. In molte Regioni anche gran parte del personale penitenziario ha ricevuto il vaccino. Per quanto riguarda i detenuti invece, anche in questo caso c’è da lamentare la mancanza di un coordinamento nazionale, situazione che ha portato a una vaccinazione a macchia di leopardo. In Lombardia abbiamo iniziato il 10 marzo e ci siamo mossi con rapidità, anche grazie alla sensibilità con cui sono state ascoltate le nostre istanze: ad oggi il 50 per cento dei detenuti ha ricevuto la prima dose e alcuni hanno già ricevuto la seconda. Altre Regioni non hanno ancora cominciato a vaccinare la popolazione carceraria, mentre altre ancora lo hanno fatto solo in alcune città, dove c’era disponibilità di vaccini. Il provveditore dell’amministrazione penitenziaria ed io siamo molto soddisfatti di quanto fatto in Lombardia, ma sarebbe stata necessaria un’azione di sistema, perché gli scambi tra istituti penitenziari, seppur diminuiti, non sono venuti completamente meno.

 

Avete incontrato diffidenza nei confronti dei vaccini?

Beh, di certo i continui cambi di direzione e le notizie allarmistiche che i detenuti ricevono dall’esterno non aiutano. Però alcuni istituti riescono a dialogare con loro in modo efficace, ad esempio a Bollate il 90% dei carcerati ha accettato di ricevere il vaccino. Vede, è vero che non si tratta di una popolazione “facile”, ma d’altro canto una volta che viene coinvolta si rivela estremamente aderente alle indicazioni sanitarie. Certo, è importante anche “educare” a prendersi cura della propria salute in modo partecipe e responsabile, usando materiali informativi in lingua straniera laddove servono. Noi a San Vittore abbiamo 75

Immagini del Carcere di Milano San Vittore (Mi) realizzate da Pietro Snider per Next New Media e Antigone – Foto di Inside Carceri via Flickr

etnie diverse, bisogna raggiungere tutti anche se si tratta di un’operazione che costa fatica.

 

Cosa succede se un detenuto che ha ricevuto la prima dose di vaccino e viene rilasciato prima di ricevere la seconda?

Abbiamo pensato a questa eventualità: è stata allestita una tensiostruttura davanti all’istituto di San Vittore dove chi è stato scarcerato potrà ricevere le seconde dosi. Ovviamente nel caso della popolazione carceraria (come nel caso di migranti o di altri gruppi di persone ad alta mobilità) il vaccino ideale sarebbe il monodose, ma staremo a vedere cosa avverrà. Malgrado tutte le perplessità che si possono avere sui vaccini anti-Covid, è un dato di fatto che i casi siano diminuiti da quando è cominciata la campagna vaccinale. Non è un caso.

 

La crisi provocata dalla pandemia può costituire un’opportunità per apportare dei miglioramenti al sistema di gestione della salute nelle carceri?

Assolutamente sì. Oltre quanto già detto in merito alla formazione sanitaria per il personale penitenziario e per i detenuti, sicuramente si dovrebbe continuare a investire sulla telemedicina. Inoltre occorre fare una nuova riflessione sul disagio psichico, rinnovando il più possibile gli interventi da attuare per rendere più efficace il supporto psicologico. Un altro aspetto che può essere migliorato alla luce dell’esperienza di questo anno di pandemia è lo screening delle malattie infettive. Il lungo periodo che abbiamo attraversato deve assolutamente farci cambiare rotta.