Sono passati 10 anni dalla sottoscrizione del protocollo d’Intesa avvenuta il 3 dicembre 2012 con il quale veniva sviluppato il progetto “Sport in carcere” in collaborazione tra Coni, DAP, e Ministero della Giustizia. Il progetto, avviato inizialmente in via sperimentale per Roma e Bologna rispettivamente presso “Rebibbia Femminile” e la casa circondariale di Bologna “Dozza”, successivamente ampliato ed esteso ad altri istituti penitenziari, era ed è diretto al miglioramento delle condizioni di vita intramuraria, per il tramite della pratica dello sport.

Le attività ricreative, tra cui rientra anche l’attività sportiva, sono previste dalla Legge 354/1974 (legge sull’ordinamento penitenziario) che tra i principali elementi del trattamento fa rientrare lo sport quale elemento finalizzato alla promozione del benessere ed integrità psico – fisica, l’acquisizione di abilità motorie ed abbattimento della tensione derivante dalla detenzione. Lo sport è diventato, per espressa previsione di legge, una opportunità utile alla promozione della corporeità ed all’abbattimento delle tensioni, favorendo forme di aggregazione sociale positiva, in vista di un sostegno al futuro reinserimento in società.

Dal combinato disposto ai sensi degli artt. 27 e 12 ordinamento penitenziario emerge che le attività sportive siano da inserirsi nel quadro del trattamento. Le norme prevedono che queste attività vengano organizzate di concerto tra la direzione, gli educatori, gli assistenti sociali, i mediatori, i rappresentanti dei detenuti ed internati, prevedendo, al contempo, la partecipazione del mondo esterno utile al reinserimento sociale (art. 1.2 O.P.). Queste sono due norme chiave perché conferiscono ruolo di natura organizzativa, di ideazione e di realizzazione alla direzione dell’istituto. al contempo indicando che è indispensabile un coinvolgimento di natura orizzontale degli altri attori coinvolti nel piano di trattamento: detenuti e comunità esterna.

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Sino ad oggi, i programmi sportivi sono stati attuati tramite convenzioni con organismi territoriali e nazionali preposti quali CONI, UIPS, US Alci, CSI e AICS. Solamente nel 2023, è stato pubblicato l’avviso rivolto ad ASD/SSD ed ETS del settore sportivo, per sostenere i progetti di attività motoria e sportiva sia per gli istituti di pena adulti che minorili. L’iniziativa è inserita nell’ambito delle attività previste dai Protocolli di intesa sottoscritti tra DAP e Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità. L’avviso è volto alla promozione della pratica dello sport con lo scopo di intraprendere un percorso sia di sostegno che di recupero, finalizzato al reinserimento sociale, per i soggetti più fragili, già inseriti in contesti difficili che, potenzialmente, possono essere oggetto di emarginazione, discriminazione e devianza. I progetti si pongono come obiettivo quello di fornire anche competenze educative – sociopsicopedagogiche e sportive.

Il 10 maggio ’23 è stato presentato ufficialmente a Rebibbia Femminile il “Piano integrato Carceri” che rientra nell’ambito del progetto “Sport di tutti”. Lo sport nelle carceri è un vettore di solidarietà e uno strumento per risocializzare, rieducare e reindirizzare il detenuto, in ottica di un positivo reinserimento sociale. Positivo il messaggio inviato: vengono stanziati 3 milioni di euro sia per i detenuti adulti che per i detenuti minorenni. Per ogni singolo progetto, è stanziato il contributo fino a 20.000 euro per linea Adulti e fino ad euro 15.000 per la linea Minorenni.

Rimane la convinzione che ci possano essere ancora margini di miglioramento, sicuramente rispetto alla situazione attuale. “Sport di Tutti” ha lo scopo di costruire un ponte tra dento e fuori le mura. Un ponte composto da piccoli tasselli di rieducazione che permettono l’applicazione di quanto previsto e statuito dall’art. 27 della Carta Costituzionale.

Ma non solo: “Sport di Tutti” intende allargare la rete di competenze e sensibilizzare sulla tematica dello sport nel carcere. Secondo una recente mappatura dell’attuale status quo degli istituti, che sono stati analizzati prima della presentazione del progetto, meno della metà degli stessi garantiscono un vero e proprio diritto allo sport. Lo sport, invece, sia per i liberi come per coloro che sono stati privati della libertà personale è visto come strumento di socializzazione, integrazione ed inclusione. Il tutto in ottica di opportunità, rieducazione e coinvolgimento, per conseguire una nuova responsabilizzazione del condannato.

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Sappiamo che l’Unesco, nel considerare l’attività fisica come un diritto umano, ribadisce che tutti ne devono avere accesso, senza distinzione di sesso o di età. Questo vale parimenti per i reclusi, minorenni o maggiorenni, in minima e massima sicurezza e, soprattutto (non basta mai ribadirlo) senza distinzione di sesso. Sovente, vista la scarsità della popolazione di sesso femminile reclusa, rispetto a quella maschile, le detenute donne sono sacrificate anche in questo diritto come in altri numerosi diritti della personalità. Anche l’OMS, per altro, ha proposto di garantire maggiore accessibilità alla pratica sportiva in carcere, per eliminare insorgere di malattie sia fisiche che mentali. Ancora una volta, la chiave di volta è riposta nelle mani dell’associazionismo e del terzo settore. Si sono già esposti Sport e Salute, CSI e UISP, per dare impulso concreto all’avviso, nella cognizione che la detenzione può farsi opportunità di recupero e riscatto sociale. Vengono da tempo svolte diverse attività in carcere per il tramite di questi enti. Ma, in verità, sono pochissimi gli istituti penitenziari che possono pregiarsi di offrire veri e propri “corsi”.

Beneficiari del Banco Carceri, ovviamente, non saranno solo i singoli detenuti ma in generale gli individui che gravitano attorno all’intera struttura e comunità penitenziaria. Focus della progettualità, infatti, è il miglioramento delle condizioni di salute fisica e mentale di tutti gli individui. Attraverso il bando, il personale di amministrazione sanitaria, penitenziaria, i detenuti e gli operatori sportivi verranno muniti di competenze di natura sportiva ma anche socio – psico – pedagogico – educativo.

Il terzo settore, ancora una volta, fornisce un servizio alla collettività per incentivare uno stile di vita corretto a favore di tutte le fasce sociali della popolazione, soprattutto quelle più deboli ed emarginate, in cui rientrano, come tristemente noto, i reclusi.

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