LA GRANDE ESTASI DELL’INTAGLIATORE STEINER”, di WERNER HERZOG . Sembra proprio un reporter televisivo il trentunenne Werner Herzog, nella primavera del 1974, con il suo microfono a gelato, sulle nevi della slovena Planica. Situata in territorio di Kranjska Gora, Planica è tutt’ora una delle capitali del salto con gli sci; teatro, nel 1974, del record del mondo stabilito dallo svizzero Walter Steiner, re della specialità fra il 1972 e il 1977: fra l’argento olimpico di Sapporo e gli ori mondiali di Planica e Vikersund (Norvegia). Un record,169 metri, che oggi fa tenerezza (siamo alle soglie dei trecento), ma allora era stratosferico. Come pericolosissima era la specialità, su quei trampolini incomparabili con gli attuali. Già da qualche mese Herzog seguiva la nazionale svizzera, impegnata nella preparazione di quel giro dei sei grandi trampolini europei che era una specie di giro delle sette chiese degli specialisti di allora. Era partita l’anno prima da un paletto, a Oberstdorf, l’avventura di questo mediometraggio, così simbolicamente anticipatore dei tratti fondamentali del suo cinema. Quaranta minuti che racchiudono il senso dei cinquant’anni successivi, fino a “Nomad. In cammino con Bruce Chatwin”, ideale conclusione (per ora) del cammino di questo Bruce Chatwin del cinema, capace di andare da Monaco a Parigi a piedi per raggiungere l’anziana amica Lotte Eisner morente, convinto di allungarle così la vita. (Per la cronaca, la trovò guarita). Ma capace soprattutto, come pochi altri, di raccontare l’umile titanismo degli uomini comuni, la gloria del trionfo e la grandezza del fallimento. Dalla furia dei film con Klaus Kinsky alla stupenda intervista a Gorbaciov.

Il paletto che dicevo è quello che delimita la pista di atterraggio a Oberstdorf, quella di molti trionfi di Steiner, ma anche di una rovinosa caduta. E di alcuni suoi record annullati, incredibilmente, per eccesso. Come avverrebbe per un saltatore in lungo che saltasse tanto avanti da superare la buca, da arrivare dove non c’è più sabbia e il salto non può essere omologato. Era troppo bravo, Steiner, per i pericolosi trampolini di allora e quella volta, se fosse atterrato solo pochi metri più in là, sarebbe atterrato sul piano. Cioè sarebbe morto. “Qui decisi che sarebbe cominciato il mio film”, dice Herzog, che in esso raccoglie il senso di tanti suoi racconti, passati e futuri, sulla sfida dell’uomo ad ogni limite. Sul paziente, metodico, tenace sforzo per spostarlo in avanti. Non era affatto un pazzoide, Steiner, votato a gettare la vita nell’impresa. Arrivò addirittura a limitarsi, partendo da più in basso degli altri per ridurre la velocità. Se gli organizzatori fissavano più in alto possibile la barra di partenza per favorire i salti lunghi (che per gli altri erano 130/140 metri), lui, restio a rischiare la pelle, partiva da più in basso. E vinceva. Timido, gentile e introverso, aveva dentro la tensione dei ceppi che lavorava, a partire dai loro cuori cavi ed esplosi. Ma è anche grazie a soggetti del genere se i trampolini si allungano.

La grande estasi dell’intagliatore Steiner” riprende gli allenamenti, sui campi non ancora innevati, sui trampolini di stuoie. I salti, soprattutto, con cineprese high speed capaci di rallentarne la velocità fino a venti volte; racconta le tecniche (gli sci sempre allineati, non come adesso a spina di pesce: code vicine e punte divaricate per tutta la fase del volo); la preparazione degli sci, che è un po’ come la faccenda dello zen e la motocicletta. E’ la storia di un’anima che impara a misurare la propria forza, ad amministrare sentimenti contrastanti come la tracotanza (da controllare) e la paura (da rispettare e vincere), tra passi di danza all’arrivo e spaventosi capitomboli.

“Il racconto del corvo”

“Anni fa, ricorda Steiner, trovai un piccolissimo corvo, caduto dal nido. Lo svezzai a pane e latte (!). Divenne forte e amico. Si alzava in volo e mi seguiva dappertutto gracchiando; mi veniva incontro quando arrivavo. Ma un giorno cominciò a perdere le penne, forse per come lo avevo svezzato. Non fu più in grado di volare, beccato e “bullizzato” dagli altri corvi. Era una tale sofferenza vederlo implume e straziato che preferii ucciderlo. Il racconto del corvo, ucciso da un eccesso energetico che il suo corpo non poteva contenere, lo ha scritto probabilmente Herzog, inscrivendolo nella storia di un’anima. Ritiratosi dopo gli anni del trionfo, Walter Steiner, settantenne, vive oggi a Falun, in Svezia. Dove c’è un bellissimo trampolino. Non si sa nulla di lui, solo che fa il giardiniere. Ha lasciato, forse, il legno per i fiori. Se trovasse un corvetto, certo saprebbe come nutrirlo. Forse lo ha sempre saputo.”

MI RITORNI IN MENTE. STORIA DI ERIKA E DI ERIK.

Fra i mille festival cinematografici europei ce n’è uno che si svolge a Graz, il capoluogo austriaco della Stiria. Lo racconta ogni anno, nelle sue corrispondenze, un’amica (Marina Pavido) che lo segue per “Cinema Austriaco”, il blog da lei stessa creato. Nato nel 2001 con il nome di “Diagonale”, è un festival di impronta schiettamente nazionale. Nel corso dell’ultima edizione svoltasi in pace prima dei confinamenti (2019), fra gli ultimi prodotti di questa cinematografia, il cui nome più celebrato è oggi Michael Haneke, ce n’era uno, poco riuscito secondo Marina, che mi ha colpito per la storia che racconta. Una storia che ricordo.

Inverno 1965/66. Per lo sci azzurro sono tempi magri. Non c’erano molte ragioni per un italiano – ancorché vergognoso sciatore come il sottoscritto – per seguire le gare di sci e non ricordo perché quel giorno fossi davanti alla TV per questa discesa libera femminile..  Chi sa, più o meno, come funziona la faccenda, sa che l’ordine di partenza, entro certi limiti, è decisivo. Partire per primo non è l’ideale; per trentesimo, neanche. Il numero di pettorale alto, che spetta normalmente alle reclute, penalizza chi lo porta. La protagonista della nostra storia ne porta uno molto alto. Molto. C’è già una sicura vincente quando lei parte.. Pochi ormai, anche fra i telecronisti, fan più caso alla segnalazione dei tempi intermedi. Si stanno liberando i primi tappi quando sotto lo striscione arriva, sparata, una scheggia. Il piccolo marziano austriaco, arruffato sotto il casco, che ha appena tagliato il traguardo non ha ancora diciott’anni, si chiama Erika Schinegger ed è prima.

Qualche mese dopo. Ferragosto 1966. In Cile è inverno. Ai mondiali del Portillo, Carlo Senoner inventa la gara della vita nello speciale ed è campione del mondo. Per questo in Italia ricordiamo quei mondiali, che le cronache dello sci (non la storia, come vedremo) ricorderanno per lei, Erika, che il primo giorno è al via della discesa libera. Adesso la conoscono tutti, il numero di partenza non è più così alto (è il 18), ma la sua vittoria su Marielle Goitschel – sarà la più gloriosa campionessa francese di tutti i tempi – coglie ugualmente tutti di sorpresa. E’ nata una stella.

Il 1967 è l’anno della prima Coppa del mondo. In due mesi Erika colleziona quattro o cinque podi: in discesa, ma soprattutto in slalom. Preferito è il gigante, che proprio dall’anno prima, quello del Portillo è stato il primo, si svolge in due manches. Ma se la cava anche fra le porte strette, cosa allora rara, anche se meno di adesso. Vince una volta sola, ma in quella prima classifica della coppa di specialità (slalom gigante) arriva seconda. Poi succede qualcosa.

Al momento di prepararsi per le olimpiadi successive (Grenoble, 1968: quelle dominate, fra gli uomini, dal mostruoso Jean Claude Killy), un tampone salivare rivela un caso definito di “pseudo ermafroditismo”. In parole povere, Erika è più uomo che donna. Viene stoppata. Con indubbio coraggio, lei, che qualcosa doveva intuire, decide di operarsi. E diviene Erik, cioè quel ridente signore che vedete nella foto a colori con la moglie e che nessuno scambierebbe per una donna. Meno di tutti la signora al suo fianco, che da lui ha avuto una figlia.

Vista dall’epoca dell’amniocentesi e dei test prenatali sul sesso del feto, sembra un’era geologica quella che ci separa dall’infanzia di Erik(a). Quando, al centro d’Europa, una ragazzina poteva raggiungere l’età adulta e un tale livello di maturità fisica e atletica – e conoscere (è il suo racconto) i turbamenti del sentirsi lesbica – senza che la veda un ginecologo. La sua storia fu affrontata alla stregua di un caso di slealtà sportiva. Ad Erika fu tolta (dopo trent’anni!) la medaglia d’oro del Portillo. Quella medaglia che dieci anni prima, con suprema eleganza, lei stessa aveva consegnato in diretta televisiva all’ormai quarantatreenne campionessa francese (con lei nella foto di quell’ordine d’arrivo). Ma ci sono versioni diverse. Secondo alcune la Goitschel, ormai ritiratasi dalle gare, gloria nazionale onusta di premi, coppe, medaglie e trofei vari, si sarebbe ben guardata dall’imperdonabile piccineria di chiedere davvero indietro quella medaglia di vent’anni prima, limitandosi a un simbolico scambio televisivo. In pratica, uno show.

Il nome di Erik(a) fu cancellato da tutti gli albi, come un incidente della storia sportiva, in una risibile sorta di “damnatio memoriae”. Cosa diavolo avrebbe dovuto fare la nostra Erika, che con questo strano codice cromosomico ci era nata, femmina all’anagrafe e, almeno in parte, nell’evidenza anatomica? Anni dopo si sarebbe parlato di un apparato genitale incluso. “Like a reversed glove”, fu l’interpretazione di “Variety”: una sorta di capriccio anatomico. Erika, che si era rivelata battibile come donna (solo due gli ori vinti), come uomo fu del tutto fuori gioco. E si ritirò.

La storia è decisamente a lieto fine. Il signore che qui vediamo nel “Ballando con le stelle” austriaco, quel che riteneva di fare lo fece, e riguardava solo lui. Marito e padre felice, adesso insegna a sciare ai bambini. “Erik & Erika”, il documentario di Reinhold Bilgeri, musicista prima ancora che regista, difficilmente arriverà mai in Italia. Visibile a chi conosce il tedesco (non è il mio caso) a questo link  è probabilmente un po’ rozzo. Non è arrivato neanche quello – migliore, pare, ma irrintracciabile – di Kurt Mayer (“Erik(a)”), sempre austriaco, di 13 anni prima, sullo stesso argomento. Falliti prima ancora di partire i progetti hollywoodiani di James Franco – che dieci anni fa avrebbe dovuto coinvolgere, in un ruolo minore, anche Arnold Schwarzenegger – e, addirittura, di Oliver Stone. Ma se dovesse rendersi visibile anche da noi penso che lo vedrei. Mi frega una memoria di cinquant’anni fa: quella di una piccola scheggia piombata sul traguardo, sconosciuta e inattesa, quando a momenti stavano già smontando lo striscione.

“SLALOM”. LA CAMPIONESSA E IL PREDATORE.

Slalom” è l’ opera prima di Charlène Favier, trentacinquenne lionese, documentarista e produttrice per cinema e televisione, al suo primo lungometraggio. Scelta per partecipare in concorso a Cannes 2020, l’edizione saltata per covid, poi recuperata alla Festa del Cinema di Roma nel programma di “Alice nelle città” – la sezione dedicata ai cinema per i ragazzi – non è ancora uscito in sala. Per ora neanche sulle piattaforme.

Girato a Bourg-Saint-Maurice, fra le nevi della Val d’Isère, “Slalom” è la storia di una quindicenne con famiglia scoppiata (padre via da casa e madre a Marsiglia per lavoro), iscritta al progetto di integrazione studio/sport invernali per giovani talenti dello sci di un liceo-collegio in Savoia. Infelice, chiusa e scontrosa ma eccezionalmente dotata, diviene presto l’allieva di punta del gruppo, affidato alle cure di uno di quei maestri e formatori che spesso abbiamo visto al cinema vessare gli allievi, convinti che talento e carattere emergano più prepotenti se contrastati, e che a trattar male le allieve si vedano meglio e subito quelle che valgono e quelle da lasciar perdere. Ma è uno scemo che fa la doccia con la porta aperta sullo spogliatoio femminile, per dire, e così sappiamo con mezz’ora di anticipo come andrà a finire. Racconto di formazione sportiva, il film evita con cura i luoghi comuni della retorica del genere, non così quelli della sua antiretorica. Quelli di spogliatoio, ad esempio, fra bricconcelle di diverso orientamento sessuale.

In rotta con la madre (che passa il Natale a Bilbao con il suo nuovo amore, lasciandola in collegio) e con lo studio, ma sempre più forte agonisticamente, Liz conosce gli elettrostimolatori e le prime porcherie da assumere ed entra in un rapporto sempre più esclusivo con Fred, l’ex sciatore che distrutte una dopo l’altra le ginocchia ha dovuto rinunciare alle gare e ora si dedica al “vivaio”, riversando le proprie ambizioni di riscatto nel coaching della sua campionessa in erba. Metodo: “mazze e panelle” (che farebbero le figlie belle, secondo la rude pedagogia del proverbio napoletano). Solo che le “panelle” sono boiate e quanto alle “mazze” il nostro coach controlla molto male quella in dotazione, che l’adagio partenopeo, in sé, non contemplerebbe. Tutti i passaggi narrativi del film sono scanditi secondo la partitura inesorabile di un racconto morale di femminile severità: training, successo, seduzione (turpe), iniziazione (di più), accettazione (Olimpia è Olimpia – è in gioco la partecipazione alle Olimpiadi – chi obietta lo fa per invidia).

Slalom” non appartiene alla fascia alta dei film sulla neve, che sono quasi sempre belli, eppure le sue cose migliori sono le sequenze delle gare, le discese di Liz fra le porte del “gigante”, riprese con grande perizia tecnica. Sommaria è l’indagine – solo accennata ed è un peccato – alla corruzione sportiva (gli artifici per sviluppare la massa muscolare), mentre tutta l’attenzione si sposta su quella sessuale che fa più effetto e sollecita un’adesione sentimentale più immediata. “Slalom“, è una storia come tante, dignitosamente raccontata, infame e banale. Le facce sono scelte bene, come (quasi) sempre nei film francesi, anche se la bella protagonista sorride solo sul podio, e tutti i rapporti (familiari, di spogliatoio, scolastici) sono sbozzati, eccettuato quello fra la quindicenne e il “predatore”. C’è però un piccolissimo episodio in Slalom che ci riporta all’inizio. Quando Liz, sconvolta da quanto successo, entra in farmacia per chiedere una pillola del giorno dopo. Il farmacista le chiede semplicemente se sa come si usa; si accerta che sappia che va presa entro il terzo giorno ecc. Siccome la ragazza non sembra sapere dove posare gli occhi, l’uomo cerca di capire qualcosa di più, di tranquillizzarla magari, qualche secondo. Senza riuscirci. Poi le dà quanto richiesto. “Quant’è?” “Niente. E’ gratis, per i minori“. Una piccola aggiunta, non strettamente necessaria, che suscita la naturale invidia di molti di noi ed esprime il giustificato orgoglio della regista per il sistema del proprio paese. E non c’è dubbio che passi anche di qui quella conquista della delicatezza che è nel titolo di questa scorribanda attraverso tre storie di sci: due vere, una no. “”Niente. E’ gratis, per i minori”. Ok, il prezzo è giusto.