Da sempre impegnato in politica, prima con i Radicali e poi con i Verdi, Franco Corleone, ha un curriculum denso di attività in difesa dei diritti civili. Anti proibizionista in materia di droghe, è stato per cinque anni sotto segretario alla giustizia, ma anche senatore e parlamentare europeo, poi per dieci anni garante delle carceri in Toscana e adesso garante a Udine.

Ed è in questo contesto, perennemente emergenziale, che gli facciamo alcune domande sulla situazione nelle carceri Italiane, partendo sulla sua valutazione sull’utilità del carcere rispetto ai dettami della legge e della Costituzione.

Franco Corleone – Foto da wikipedia.org – CC BY 4.0

Il carcere è una istituzione totale con tutti i suoi limiti e non è extrema ratio come a parole tutti dicono di essere d’accordo che dovrebbe essere, ma nei fatti resta una struttura caratterizzata da quella che Sandro Margara definiva come detenzione sociale, mentre la questione del reinserimento sociale resta quasi illusoria, o comunque ha difficoltà ad emergere e a diventare prioritaria. Parliamo di una popolazione carceraria il cui 50% ha a che fare con la legge sulle droghe o per detenzione e piccolo spaccio o reati correlati; costituita in gran parte da poveri e da stranieri e questo naturalmente incide sulla condizione complessiva. Su una popolazione carceraria di circa 57.000 persone ci sono circa 700 persone in regime di 41bis, prevalentemente mafiosi, 12000 persone in regime di alta sicurezza e il resto è quella che appunto chiamo detenzione sociale, di persone che violano la legge sulle droghe, persone che sono classificate tossicodipendenti o altre persone che rappresentano tutte le forme possibili dell’emarginazione.  Questo è il carcere, se invece fosse veramente quello dell’extrema ratio non ci sarebbe il sovraffollamento, non ci sarebbe il problema del personale etc. Questa è la situazione e questo il tema centrale. Quindi o bisogna cambiare le leggi oppure trovare dei modi diversi per governare un fenomeno sociale.

 

Sulle leggi pensi che bisognerebbe per esempio tornare alla legge Gozzini?

La priorità sarebbe quella di cominciare ad applicare le leggi e le norme che che ci sono, per esempio il Regolamento di applicazione dell’Ordinamento penitenziario che risale a 23 anni fa che in grossa misura è disapplicato. Per me questo è un crimine politico perché le misure alternative sono concesse con il contagocce, perché le condizioni per l’applicazione sono legate a una logica di paternalismo e correzionalismo. Per esempio si dice che per accedere alle misure alternative devi avere una casa e un lavoro, ma se il fatto che non avevi una casa ed un lavoro è una delle ragioni principali per cui hai commesso un reato questo diventa un corto circuito spaventoso.

In questo contesto si creano delle condizioni che io definisco classiste, c’è gente che viene arrestata ma non va in carcere e usufruisce di misure alternative dalla libertà e poi ci sono i programmi di reintegrazione sociale, la messa alla prova ad esempio, che al termine del programma definito dal giudice, il processo viene cancellato. Il problema è che per persone che hanno commesso più o meno lo stesso reato c’è invece chi non riesce ad accedere a queste misure perché magari non ha una famiglia, non ha un avvocato, non ha un’associazione che li aiuta a preparare il progetto e queste persone stanno fino all’ultimo giorno in carcere. Inoltre c’è una contraddizione sempre più palese tra gli uffici dell’esecuzione penale che si occupano di più quelli che sono fuori dal carcere che di quelli che sono in carcere e bisognerebbe cominciare almeno a mettere ordine in tutto questo sistema.

Per questo ho rilanciato una proposta – che era già di Alessandro Margara che è stato mitico magistrato di sorveglianza – perché chi ha una pena inferiore ai dodici mesi possa andare in luoghi diversi dal carcere. In particolare in cosiddette case di reinserimento sociale, gestite dal Sindaco, dove non c’è polizia penitenziaria ma i condannati sono affidati al lavoro del volontariato, degli assistenti sociali etc, per giocare la scommessa della non recidiva e del reinserimento. Sarebbe una ipotesi importante anche per poter dire che il carcere deve ridursi, sottoponendosi ad un’opera di dimagrimento rispetto alla bulimia che c’è in questo momento, e questa è una proposta che io mi auguro venga discussa nella società. La questione che io vedo molto grave è che sul carcere non c’è un vero movimento, c’è molto volontariato ma non c’è un vero movimento che chieda con forza una riforma o delle azioni significative in questo senso.

Foto di Tracy Lundgren da Pixabay

Quello che ci sarebbe da fare per il carcere lo si sa da circa 80 anni ma purtroppo sembra che lo ignorino gli addetti ai lavori o i parlamentari e per questo bisogna ricostruire un pensiero legato al diritto penale minimo e mite. Atteggiamento difficile in tempi di cattiveria e di vendetta. L’obiettivo deve essere quello di un carcere dei diritti ma è essenziale anche cominciare dalle condizioni di vita minime, per esempio la garanzia della disponibilità dell’acqua calda, dii servizi igienici decenti, di avere luoghi dove poter mangiare insieme, una mensa o un refettorio o dove comprare prodotti essenziali in uno spaccio o piccolo supermercato e invece bisogna affidarsi per gli acquisti a un’impresa di mantenimento che non garantisce limpidità nei prezzi e nella qualità. Per non parlare del diritto alla salute. Comunque c’è moltissimo da fare e sarebbe più facile se non ci fosse la detenzione sociale e per capirlo basterebbe un dato: l’anno scorso c’è stato il record dei suicidi in carcere ma non ce ne è stato neanche uno nell’alta sicurezza ma solo in quella che viene definita la media sicurezza, cioè la detenzione sociale. Questo vuol dire che è un carcere patogeno che mette in difficoltà i soggetti dell’emarginazione. Se non si vuole affrontare questo tema allora si mettono in atto solo dei rimedi palliativi.

 

Ma in questo contesto cosa mi puoi dire per esempio sui margini di discrezionalità che hanno sia i magistrati oppure i direttori delle carceri e anche la polizia e il personale carcerario e sulle responsabilità che ne conseguono?

 Questi margini sono ampi e possono essere sia verso l’alto che verso il basso; verso l’alto, perché in molte carceri si fanno cose interessanti, cose buone in un clima vivibile e verso il basso perché sono tanti gli episodi di violenza, di tortura, di percosse, di morti che ci sono stati, penso per esempio all’inizio del Covid alla rivolta nel carcere di Modena dove ci sono stati 13 morti praticamente dimenticati. Quindi si può dire che la discrezionalità agisce con due velocità, una positivo e una verso l’inferno.

Naturalmente sarebbe meglio se si riuscisse invece a far giocare tutta questa discrezionalità verso l’alto ma non ci si riesce per esempio perché ci sono molte carceri che non hanno un direttore, perché  su 190 istituti ne mancano un buon numero e quindi di fatto il carcere non è gestito se un direttore viene da un altro carcere solo un giorno alla settimana per firmare delle carte, e poi mancano gli educatori e anche se non è detto che tutti gli educatori siano bravissimi ma sono essenziali per la redazione dei programmi per le misure alternative.

 

Ma esiste una forma di verifica su tutto questo?

Gli indicatori possibili certamente esistono, per esempio se in un carcere ci sono stati cinque suicidi rispetto ad un altro dove non ce ne sono stati, ma sarebbe utile anche considerare gli atti di autolesionismo, perché ce non sono molti, così come i tentativi di suicidio. Ci vorrebbe un monitoraggio e se ci fosse una geografia precisa di tutto questo si potrebbero fare delle valutazioni e dire qui va bene e qui invece bisogna intervenire, Ma tutti i dati che ci sono andrebbero letti istituto per istituto perché ci sono anche delle eccellenze e poi c’è Santa Maria Capua Vetere, senza acqua e con le percosse, e le distanze sono troppo forti.

Foto di Arek Socha da Pixabay

Purtroppo nel nostro paese non c’è una cultura di questo genere, la cultura dei dati, mentre spesso c’è la negazione della realtà. Ogni anno noi pubblichiamo un Libro bianco sulle droghe ma ci troviamo spesso davanti a un muro, perché la retorica deve vincere, la stessa retorica secondo cui sono i drogati a provocare gli incidenti stradali mentre sono solo lo 0,1%. Lo stesso avviene per il carcere. Al contrario bisognerebbe avere il coraggio di dire che deve funzionare un welfare preventivo e evitare il paradosso di chiedere al carcere che è un luogo di sofferenza di essere un luogo di educazione e libertà, di lavoro e di studio. Oggi si pretende l’impossibile a una struttura di privazione della libertà: Praticamente un triplo salto mortale!

Insieme a Magi di +Europa stiamo presentando una proposta di legge per eliminare la vergogna delle cosiddette case lavoro dove ci sono 270 persone che non si sa per quale lotteria vengono definite secondo il Codice Rocco e la concezione lombrosiana, “criminali abituali e per tendenza,” che una volta finito di scontare la pena invece di tornare a casa vengono messi, con una misura di sicurezza inizialmente di un anno, nelle cosiddette case lavoro, dove in realtà il lavoro non c’è. Una misura contro la Costituzione dove si rischia di scontare più pena che per la condanna stessa.

Questo sistema di sorveglianza diventa l’espressione di una concezione disumana.

Occuparsi di questi corpi dimenticati sarebbe un segno importante in un percorso che porti verso una reale realizzazione dell’art. 27 della Costituzione. L’Italia ha abolito i manicomi dimostrando che riforme radicali si possono realizzare. È tempo di rivoluzione concreta e di utopia.

 Foto di apertura  “Il carcere di via Ca’ del Ferro” by Simone Ramella licenza CC BY 2.0