Gli schemi prossemici di cui abbiamo parlato evidenziano anche le fondamentali differenze che contraddistinguono i comportamenti delle diverse popolazioni nel mondo.  Nell’organizzazione topologica dello spazio della città ad esempio nel modello giapponese si preferisce dare un nome non alle vie, ma ai loro punti di intersezione, denominando anche con modi diversi gli angoli degli incroci.  Le case nelle vie hanno numerazioni non lineari, ma sono contrassegnate secondo l’ordine di costruzione.All’interno delle case lo spazio è semideterminato, le pareti interne sono quasi sempre mobili e danno luogo ad una quantità di combinazioni spaziali diverse, a seconda delle situazioni. Diversi pannelli scorrevoli vengono aperti o chiusi a seconda dell’ora del giorno, gli spazi  si dilatano o si restringono adattandosi alle diverse funzioni del mangiare o del parlare o del dormire. Le sensazioni che si provano sono più importanti della logica e della realtà materiale. Quando un occidentale fa riferimento, col pensiero o con la parola, allo spazio ha in mente la distanza che intercorre tra gli oggetti, considerando lo spazio una sorta di vuoto. Al contrario per i giapponesi l’intervallo fra le cose (il “ma”) è funzionale, disposto, ordinato, rappresentato. La memoria e l’immaginazione devono sempre essere elementi costitutivi della percezione. La ricchezza della percezione spaziale è composta anche di profumi, luci, colori, accordati per creare armonia, creando prospettive squisitamente personali.

 

Cambiamo radicalmente registro per il mondo arabo. Negli spazi pubblici siamo sommersi dagli odori, la folla si percepisce come pressante, si rileva un’eccessiva violenza e frequenza di stimoli sensoriali. Nelle case private, riferendoci soprattutto alla media e alta borghesia, si è colpiti da un’abbondanza di spazi inconsueta agli occidentali, cosa che provoca in genere una sensazione di insicurezza di fondo.  Nel mondo arabo pubblico significa pubblico e lo spazio pubblico si utilizza liberamente, anche violando spazi già occupati da altri.  Mentre gli occidentali anche nei luoghi pubblici si costruiscono intorno una sfera privata, per gli arabi è normale e permesso attuare intrusioni nello spazio privato di chiunque, mischiarsi negli affari del prossimo mescolarsi l’uno con l’altro per alimentare la propria personalità. Un vecchio proverbio arabo recita “Il paradiso senza gente sarebbe inferno”. Comunque in generale Il meccanismo arabo di determinazione delle distanze è basato più sul confine olfattivo che visivo, mentre il concetto di privacy in un luogo pubblico è ignorato, il coinvolgimento è affare di tutti, e risulta quasi impossibile afferrare il concetto di confine in senso astratto.

 

 

Questi sono solo due esempi culturali, ma se è molto chiaro che il senso dello spazio è una sintesi di molti apparati sensoriali,  visivi, auditivi, cinestetici, olfattivi, e che ognuno di questi comprende un sistema di comunicazioni complicate, è altresì evidente che il problema mondiale del  riversarsi continuo di popolazioni diverse in tutte le grandi città e la collocazione urbana di tutti questi nuovi cittadini stia comportando una serie di problemi non solo economici, ma anche di comunicazione, di organizzazione non sempre congeniale dello spazio, sfociando in situazioni   di malessere, a volte insopportabili o disastrose. Gli effetti del sovraffollamento ad esempio non vengono scoperti finché il danno non diventa irreparabile. Oggi è normale che popolazioni che provengono da diverse culture vivano a stretto contatto in un tasso di concentrazione elevato, e che nell’interpretazione del comportamento altrui restino prigioniere dei propri modelli e fraintendano relazioni, attività ed emozioni. Questo può sfociare in un aumento significativo dell’aggressività, problema non risolvibile con gli attuali progetti di pianificazione architettonica e urbanistica che non sanno tener conto delle differenze etniche. Già ai tempi del Codice di Hammurabi era emersa la necessità di rafforzare l’apparato delle leggi per disciplinare i diversi modi di convivenza delle genti che si riversavano nell’antica Mesopotamia, anticipando gli stessi problemi di oggi. Leggi e apparati repressivi son sono mai stati all’altezza delle sfide da risolvere. Un tentativo di soluzione, anche attuando nuove proposte tecniche e urbanistiche, potrebbe essere quello di mettere in atto “azioni di transito”, mirate a preparare la seconda generazione di immigrati all’integrazione, misure molto complesse che si scontrano però con il flusso di ingressi superiore alla velocità con cui il territorio urbano acquisisce le capacità di trasformarsi adeguatamente. Dunque c’è un’assoluta necessità di studiare piani urbanistici che conservino una densità umana che possa mantenere sane frequenze di rapporti interpersonali mantenendo le individualità etniche in un buon livello di coinvolgimento. Siamo ancora molto lontani dalle soluzioni, e non basteranno gli urbanisti, gli architetti e gli ingegneri, ci vorranno gli economisti, i legali, gli psicologi e gli antropologi che immaginino la città tenendo conto delle varie “scale etniche” differenti per i diversi quartieri. A titolo di storia, ricordiamo che Il problema venne discusso da un’abbondanza di specialisti già nel secondo Congresso di Delo del 1964, che giunse a conclusioni desolanti sull’inadeguatezza delle soluzioni e che si concluse con questa indicazione “La pianificazione, l’insegnamento e le ricerche non solo devono essere coordinati e finanziati dai governi, ma devono far parte dei lori impegni prioritari “. Parole ancora oggi disattese.