La maggior parte di noi erano ragazzini nel 1962, ma un altro ragazzo, di 21 anni, in America si poneva tante domande, per lo più con una risposta semplice, diciamo ovvia, ma che non arrivava mai, forse, ascoltando bene il fruscio del vento la si sarebbe potuta percepire. Comunque una risposta valida, allora come oggi, era ed è: basta, fermate la guerra, pace!

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Quel ragazzo era ed è Bob Dylan, Robert Allen Zimmerman il suo vero nome e cognome, forse ripudiato, ma cambiato legalmente proprio nel 1962. Il brano da subito divenne il canto delle marce pacifiste e antimilitariste in tutto il mondo: “Blowin’ in the Wind”. A commento della canzone, da subito divenuta una icona, in una intervista dichiarò: “Dico ancora che alcuni dei più grandi criminali sono quelli che si voltano dall’altra parte quando vedono l’ingiustizia, rendendosene conto. Ho solo 21 anni e so che ci sono state troppe guerre. Voi gente sopra i 21 anni dovreste saperlo meglio di me.”.  Dovremmo dirlo a tanti, politici e non, che queste domande non se le pongono, perché “il primo modo per rispondere alle domande di questa canzone è iniziare a porsele. Ma molta gente deve prima trovare il vento”. Una breve parentesi, che letta oggi fa ancora più pensare: questo giovane cantastorie, oggi un monumento della musica folk e non solo, nacque in un piccolo paese di un sobborgo minerario in Minnesota e scrisse nella sua autobiografia che i nonni paterni emigrarono dalla città ucraina di Odessa negli Stati Uniti dopo i pogrom antisemiti del 1905 e quelli materni erano ebrei lituani emigrati in America nel 1902. Lascio al gentile lettore qualche istante per pensare.

Il brano da allora è stato considerato il manifesto della generazione dei giovani statunitensi, poi in effetti dei giovani di tutto mondo, frustrati e delusi dalla politica in atto negli anni cinquanta e sessanta dal loro paese e sfociata prima nella guerra fredda e poi nel disastro del Vietnam. Fu poi assorbita e proposta dagli esponenti del movimento beatnik, i cosiddetti figli dei fiori, suonata nelle più disparate situazioni. Un mio ricordo: poteva essere la fine degli anni 60, in alcune chiese a Roma comparvero i primi complessini beat e la suonavano e cantavano durante la messa domenicale.

Dylan affermò poi che la melodia del brano gli venne ascoltando un canto degli schiavi afroamericani, uno spiritual, “No More Auction Block” e così lui divenne, come anche Joan Baez, l’emblema di quella che ancora non si chiamava controcultura, affrontando la paura, in altri brani, dei nuovi pericoli derivanti dall’era atomica, già trattati dagli “attori” della Beat Generation, come Jack Kerouac ed Allen Ginsberg.

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Poche strofe, una lenta ballata, che credo tutti abbiamo in testa, sono sufficienti per porre degli interrogativi su questioni sociali ed esistenziali. In particolare, al centro della visione, pone il senso della condizione umana e l’incapacità dell’uomo di ripudiare definitivamente ogni tipo di guerra. Nel ritornello poi, rivolto a un ipotetico amico, ma in fondo a tutta l’umanità, concede un varco all’ottimismo: una risposta c’è, a saperla ascoltare e capire ed è portata da un soffio di vento. Così questo brano ha attraversato decenni e anche oggi, purtroppo, è attuale, il tempo è passato invano, facendolo diventare sin da subito un manifesto del movimento per i diritti civili, per una richiesta netta di pace, allora come oggi.

“Blowin’ in the Wind”, pur non essendo un brano religioso, è stato però adottato da molte associazioni religiose sia cattoliche che protestanti e nel 1997 Bob Dylan la eseguì davanti a Papa Giovanni Paolo II e a 300,000 giovani cattolici. Il Papa affermò che la risposta fosse non nel vento che fa volare via le cose, ma piuttosto “nel vento dello spirito” che porta a Cristo. Possiamo dire con risultati pressocchè nulli.

E allora cantiamola anche noi, in italiano, ma il testo originale è quello che abbiamo intonato tante volte e con rabbia, chissà che stavolta una risposta portata dal vento ci arrivi all’orecchio e alla mente:

Quante strade deve percorrere un uomo
prima che tu possa definirlo un uomo?
E su quanti mari deve volare una colomba
prima di riposare sulla terraferma?

E quante volte devono fischiare le palle di cannone
prima di essere proibite per sempre?
La risposta, amico mio, ascoltala nel vento,
la risposta ascoltala nel vento
Per quanti anni può resistere una montagna
prima di essere erosa dal mare?
E quanti anni possono resistere gli uomini
prima che sia consentito loro di essere liberi?
E per quante volte un uomo può distogliere lo sguardo
e fingere di non vedere?
La risposta, amico mio, ascoltala nel vento,
la risposta ascoltala nel vento
Quante volte un uomo deve guardare in alto
prima che possa vedere il cielo?
E quante orecchie deve avere un uomo
prima di poter sentire gli altri che piangono?
E quante morti ci vorranno prima che l’uomo
riconosca che troppi sono morti?
La risposta, amico mio, ascoltala nel vento,
la risposta ascoltala nel vento

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