Pubblichiamo un articolo di Gianludovico de Martino sulla guerra in Ucraina e sui focolai di crisi in Estremo Oriente. Un precedente testo è già stato scritto dall’autore per il sito di Democrazia Liberale.

 Il quadro internazionale continuerà nel medio-lungo termine a presentare criticità e crescenti tensioni.

La situazione in Ucraina appare lontana da una concreta soluzione pacifica. La Russia non rinuncerà mai alla Crimea. Inoltre l’attuazione degli accordi di Minsk per quanto concerne il Donbass appare “fuori tempo” rispetto alla situazione di fatto che ha visto l’annessione dei territori in questione alla Russia. Ciò a prescindere da qualsiasi considerazione in ordine alla legittimità e attendibilità dei referendum. Rispetto a tali acquisizioni la Russia difficilmente farà un passo indietro.

Il conflitto russo-ucraino potrebbe protrarsi per anni, con sempre più evidenti tratti di guerra di logoramento per ambe le parti.

Per la Russia si tratta di “stabilizzare” le annessioni e il nuovo “confine”.

Per l’Ucraina, oltre alla riconquista dei territori sottratti il motivo sottostante appare sempre più essere quello di un “regime change” a Mosca. La legislazione recentemente adottata che vieta i negoziati con Putin è riconducibile a tale visione.

In realtà sarebbe un grave errore credere che la questione possa risolversi con una sostituzione ai vertici del Cremlino. Se ciò dovesse avvenire il motivo sarebbe non tanto il prevalere a Mosca di un dissenso sull’opportunità dell’“operazione speciale” quanto una negativa valutazione del modo in cui essa è stata condotta. Un’opposizione non sul “merito” ma sul “come”.

La contesa tra Russia e Ucraina – retaggio di spostamenti di confini interni all’Unione Sovietica, all’epoca privi di conseguenze pratiche – era facilmente prevedibile ed è una questione che avrebbe dovuto essere risolta senza indugio all’indomani della dissoluzione dell’Unione Sovietica stessa.

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La “personalizzazione” in capo a Putin è fuorviante (lo stesso Navalny si era nel 2014 pronunciato a favore dell’annessione della Crimea). É una chiave di lettura che sottovaluta le pulsioni nazionaliste e revansciste che sono un collante della Russia post comunista (ridotta nel 1991 ai termini di Brest-Litovsk del 1918) e che per altro verso sono ulteriormente rinvigorite dalla percezione russa – giusta o sbagliata, frutto di fantasia  o complesso di persecuzione che essa sia ma comunque elemento che deve essere razionalmente preso in considerazione  – di pretese visioni geopolitiche occidentali che vedrebbero in un conflitto di logoramento in Ucraina un mezzo non solo per il “regime change” ma per la implosione e frammentazione della Russia stessa.

Un margine negoziale potrebbe ora aprirsi dopo l’esito delle elezioni di medio termine americane dell’8 novembre. Ciò potrebbe anche essere considerato la cartina di tornasole di quanto sul sostegno e incoraggiamento americano all’Ucraina abbia inciso il tentativo di riscattare il prestigio del Presidente Biden e degli Stati Uniti, sia a livello internazionale che sul fronte domestico, dopo il fallimento in Afghanistan nel 2021. Un cambio di passo, anche a evitare la spirale di una escalation, costituisce in questa fase una scelta strategica in vista delle prossime presidenziali.

La strada per una soluzione diplomatica è peraltro tutta in salita e anche se una trattativa dovesse avviarsi ciò non implicherebbe di per sé la sospensione delle ostilità o il rischio di ulteriori derive. Essa richiederebbe un compromesso che appare difficilmente accettabile sia per gli ucraini che per i russi. Il conflitto potrebbe diminuire di intensità, cronicizzarsi, diventare quasi una “normalità” dell’area e perdere in dimensione mediatica.

Sull’intera questione grava anche la responsabilità morale che l’Occidente ha nei confronti di Kiev. L’allargamento dell’Alleanza Atlantica all’Ucraina – e la conseguente estensione ad essa della garanzia dell’Art. 5 del Trattato Atlantico – non è mai stato una opzione, ma nel quadro di crescente tensione scatenato dalla crisi ucraina si è d’altra parte avviato il processo di adesione alla NATO di paesi tradizionalmente neutrali come Finlandia e Svezia. Ciò viene ad alimentare ulteriormente il complesso dell’accerchiamento che storicamente affligge la Russia e in cui si radica il concetto di “profondità strategica”, parte essenziale della sua dottrina di sicurezza.

Un dato di fatto è che si assiste a una riedizione della guerra fredda con una differenza però non da poco: le conseguenze economico-sociali per l’Europa, fortemente dipendente dalla Russia per le forniture energetiche.

Crescenti tensioni si profilano in Estremo Oriente. Sullo sfondo di una ancor più autoritaria evoluzione interna, la Cina potrebbe indursi a risolvere la questione di Taiwan, nella più ampia prospettiva di medio termine dell’acquisizione del controllo dello Stretto di Malacca, arteria vitale per l’economia mondiale.

Il precedente della seconda crisi ucraina può essere incoraggiante per Pechino: il sostegno a Kiev si è fermato sulla linea rossa del coinvolgimento diretto e la ritorsione sotto forma di sanzioni non si è rivelata particolarmente efficace. Non è azzardato ritenere che in caso di una “operazione speciale” cinese lo schema sarebbe sostanzialmente simile, con un vantaggio ulteriore a favore di Pechino: il ruolo che la Corea del Nord può rivestire come minaccia credibile nei confronti della Corea del Sud e del Giappone.

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Sotto questo profilo un possibile trade off per evitare l’allargamento del conflitto potrebbe essere tra mano libera su Taiwan e contenimento di Pyong Yang. Inoltre sotto il profilo economico la Cina ha un notevole leverage economico industriale nei confronti dell’Europa e dell’Occidente. Controlla gran parte delle materie prime – terre rare, litio – necessarie per l’attuazione della transizione verde. Non a caso si è affrettata a concludere un accordo con i talebani per lo sfruttamento di giacimenti in Afghanistan. É il maggior produttore di installazioni e componenti per il settore: è dalla Cina che vengono pale eoliche, pannelli solari e batterie. L’attivismo in Africa, sempre per il controllo delle risorse naturali, ha assunto tratti neocolonialisti. É in atto un rafforzamento del rapporto tra Mosca e Pechino – che potrebbe tradursi in una sorta di blocco “sarmatico-asiatico” – da leggersi anche con riferimento alla competizione politico-economica nell’Asia Pacifico – epicentro emergente degli assetti mondiali – con Washington e i suoi alleati. Il confronto tra le due sponde del bacino del Pacifico è d’altra parte speculare a quello cui si assiste sul continente europeo.

In tale quadro – a prescindere dal profilarsi di una crescente marginalità politica dell’Europa – evidenti sono le implicazioni economiche in termini di fragilità dell’Europa stessa, stretta in una morsa sino-russa.

Alla fine il Vecchio Continente potrebbe paradossalmente assumere connotati non proprio compatibili con i valori per i quali tradizionalmente l’Occidente si contraddistingue e con riferimento ai quali la quadratura tra reperimento di adeguate risorse energetiche alternative, transizione verde, dipendenza da un quasi monopolio estero per le attrezzature necessarie per la sua attuazione, approvvigionamento di materie prime, mantenimento della competitività delle esportazioni sul mercato globale, crescita economica e tenuta del tessuto sociale – solo per citare alcune delle correnti sfide – potrebbe rivelarsi oltremodo ardua.

 

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