Il 27 gennaio, come ogni anno, sarà celebrato il “Giorno della Memoria”, ovvero la giornata per commemorare le vittime dell’Olocausto. E’ una ricorrenza internazionale, istituita dalla risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005. Venne stabilito di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio perché in quel giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nella offensiva dalla Polonia verso la Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. I tedeschi avevano evacuato in tutta fretta la Slesia e il bacino minerario, altrove avevano preventivamente distrutto con bombe e fuoco altri Lager, inclusi gli occupanti, invece da Auschwitz cercarono di portar via più detenuti possibile per garantirsi forza lavoro, abbandonando malati, feriti e inabili.

Reticolati d’inverno – Foto da wikipedia.org – CC BY-SA 3.0

L’orrore che si presentò ai primi liberatori fece il giro del mondo, foto che levano il fiato, non ci sono parole. Un genocidio programmato e istituzionalizzato, sin dal 1941, che riguardava sì essenzialmente la popolazione ebraica, ma anche Rom, Sinti, oppositori politici, zingari, omosessuali, testimoni di Geova. La scoperta da parte dei liberatori della città polacca di Oświęcim (poi conosciuta in tedesco come Auschwitz), il vicino campo di concentramento, gli orrori delle baracche e dei forni, le testimonianze dei sopravvissuti svelarono al mondo il genocidio nazista, insieme agli strumenti di tortura e di annientamento utilizzati. Dobbiamo per rispetto a tutti coloro che non sono tornati o tornati in condizioni fisiche e mentali non più umane un chiarimento sui termini: si è detto dell’Olocausto, la cui radice etimologica dal greco antico (olos tutto e causton brucia) ricorda un tipo di sacrificio diffuso tra diversi popoli dell’antichità, che esigeva la completa consunzione col fuoco della vittima, animale, del sacrificio, quindi riferendosi a quello che venne scoperto all’interno dei Lager, forni crematori, camere a gas e altri orrori. Tale termine però, col tempo, ha assunto un significato non rispettoso delle vittime, non completo nei suoi aspetti; pertanto viene usato, da almeno quaranta anni, il termine “Shoah”, derivante dalla lingua ebraica e citato nella Bibbia con il significato di catastrofe, disastro. Shoah in riferimento alla tristemente nota soluzione finale della questione ebraica, così espressa dal nazismo per indicare il piano di eliminazione sistematica degli ebrei che vivevano sia in Germania che nei territori occupati, ad esempio la Polonia, fase che durerà fino appunto al termine della seconda guerra mondiale nel 1945. Non basta: purtroppo fa riferimento anche tutta la legislazione antiebraica, in vigore in Germania dal 1935 con le leggi di Norimberga e in Italia nel 1938 con le leggi razziali.

La Shoah ha rappresentato non solo lo sterminio delle popolazioni ebree, ma anche un insieme di ostilità, pregiudizi, forme di razzismo che sono andate avanti per secoli, magari sotto traccia, ma con un indirizzo di tipo biologico, come se l’appartenere a una etnia o a una determinata religione ponesse queste persone in difetto e ostacolo della purezza della razza. Primo Levi, e non solo, con i suoi volumi “Se questo è un uomo” e “La Tregua”, è stata la voce potente e illuminante di quello che era successo.

Una ulteriore testimonianza, personale, in un articolo già pubblicato su questo sito, ovvero la mia visita al campo di concentramento di Dachau, vicino Monaco, nel 1977, avevo ventitrè anni, in quello che è stato considerato il primo campo di concentramento e il progetto-tipologia da replicare in Germania, Austria e nei territori occupati dai nazisti, solo che venne ideato già nel 1933, solo un anno dopo l’ascesa al potere di Hitler, per la cancellazione di tante figure invise al regime.

E allora ricordiamo quel dramma infinito con il brano omonimo “Auschwitz”, noto anche come “Canzone del bambino nel vento” del grande poeta e cantautore Francesco Guccini (Modena, 1940), che debuttò in TV nel 1967, presentato da Caterina Caselli come «un ragazzo molto modesto e anche un po’ timido», cantando proprio questa canzone, scritta nel 1964, su influsso di varie letture al riguardo, ma in effetti presentata al pubblico dall’ “Equipe 84” nel 1966, leggermente rivista, in quanto Guccini non era ancora iscritto alla SIAE; la inciderà in studio nel 1967, con la sua versione e la pubblicherà nell’album Folk Beat n° 1. Già da allora, debuttando con un brano del genere, Guccini dimostrò la sua profondità di analisi ed esposizione di tematiche impegnative, difficili e scomode.

Rastrellamento di donne e bambini dal ghetto di Varsavia- Foto pubblico dominio da wikipedia.org

Una storia-simbolo, l’esempio dell’uomo che diventa belva in nome di una idea malata, più che razzista, che con il suo agire crea sei milioni di vittime dell’orrore hitleriano, ma è da notare che Guccini non si limita alla condanna del nazismo in quanto tale, ma lascia arrivare la condanna a tutte le guerre, probabilmente con echi che arrivavano in quel momento dalla guerra in Vietnam, allora in corso. E ancora oggi quel testo è purtroppo ancora attuale, con le notizie di barbarie che ci arrivano da tutto il mondo, con la guerra in Ucraina che sentiamo troppo “vicina”. La particolarità del brano è che sin dall’inizio, spersonalizza l’essere, è sicuramente il pensiero di un morto, un bambino, “passato per il camino“, termine che subito sposta l’attenzione da una rassicurante arredo in un salotto a un qualcos’altro, insiste l’autore con “con altri cento“, dà l’immagine del numero che spersonalizza il tutto, pur se si incomincia a percepire la tragedia. Nell’ascoltare si forma l’immagine di un fumo che sale e ci sono bambini e  persone che svaniscono, non sono più esseri umani, poi la storia ci racconterà che erano solo numeri tatuati su un braccio, insomma ex “numeri” che svaniscono trasportati dal vento. Ci tornano alla mente echi di quel brano immenso dell’album di Bob Dylan del 1963, che contiene appunto “Blowin’ in the Wind”. Quel vento che sembra lieve ed è denso, il pensiero del bambino, l’uomo che non è sazio di orrori, la “bestia umana”, l’assurdo delle parole “fratello” e “uomo” separate e unite in due versi dal verbo “uccidere”, colpirono come un pugno tutta la società, diventando in breve una memoria collettiva incancellabile.
Il brano termina con un concetto, ma è una domanda, anche una preghiera al genere umano, ovvero quando l’uomo imparerà a vivere senza ammazzare e mai come oggi, ancora oggi, è una domanda a cui non si trova risposta.

Facciamola diventare una preghiera, una speranza, dobbiamo agire ed essere protagonisti del cambiamento dell’uomo, affinchè e solo così “il vento si poserà“.

Canzone del bambino nel vento (Auschwitz)

Son morto con altri cento,
Son morto ch’ero bambino,
Passato per il camino
E adesso sono nel vento
E adesso sono nel vento

Ad Auschwitz c’era la neve,
Il fumo saliva lento
Nel freddo giorno d’inverno
E adesso sono nel vento,
E adesso sono nel vento

Ad Auschwitz tante persone,
Ma un solo grande silenzio:
è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento,
A sorridere qui nel vento…

Io chiedo come può l’uomo
Uccidere un suo fratello
Eppure siamo a milioni
In polvere qui nel vento,
In polvere qui nel vento

Ancora tuona il cannone
Ancora non è contenta
Di sangue la bestia umana
E ancora ci porta il vento
E ancora ci porta il vento

Io chiedo quando sarà
Che l’uomo potrà imparare
A vivere senza ammazzare
E il vento si poserà
E il vento si poserà

Io chiedo quando sarà
Che l’uomo potrà imparare
A vivere senza ammazzare
E il vento si poserà
E il vento si poserà
E il vento si poserà…

 

Foto di apertura: la Bahnrampe, la rampa dei treni, all’interno del campo di Birkenau dove, dal 1944, arrivavano i convogli dei deportati, come si presentava nel 1945 – Foto da wikipedia.org – CC BY-SA 3.0 de